Torri, Castelli e tradizioni di Sicilia

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12August Cena Medievale Sicilia 2015

 
Che i commensali prendano posto, le vivande siano servite!
Questa è l’occasione per sedersi a tavola con la Storia. Tra cibi genuini ed antiche ricette, giocolieri e squilli di corno, il Medioevo rivive sulla tavola imbandita dai valorosi giovani di Cena Medievale Sicilia che, per l’occasione, vi offriranno una serata diversa dalla solita furia quotidiana.
E’ tuttavia giusto chiedersi cosa voglia dire sedersi e partecipare ad una cena medievale. E’ solo una questione di divertimento, di ambientazione?
Il Medioevo è un’epoca lunga, estremamente diversificata e varia. Pretendere di racchiudere 1000 anni di storia nella semplice parola “cena medievale” è riduttivo, oltre che impossibile. Noi cerchiamo di offrire l’esperienza più documentabile, più conoscibile e conosciuta che possa esser realizzata in fatti (e pietanze!) cercando di rispettare, quanto più possibile, la storicità di quel che viene fatto. Di tutto il Medioevo scegliamo, di solito, le epoche più rappresentative per la nostra cultura, che sentiamo più immediate: il Medioevo occidentale, regolato e scandito dalle regole e consuetudini della supremazia cristiana, il Medioevo che, dalla rinascita dell’anno Mille, espande la sua cultura e la sua meravigliosa girandola di elementi, colori e novità in tutto il Mediterraneo ed oltre; quel Medioevo, infine, del quale sono a noi pervenute le prime, straordinarie attestazioni di ricettari completi e di manuali di “cultura culinaria”, dai ricettari attribuiti a Federico II (Liber de coquina e Tractatus de modo preparandi et condiendi omnia cibaria) ai manuali scritti dai cuochi di corte dei regnanti di Francia, oltre che le testimonianze documentarie delle prescrizioni alimentari dei monasteri.
Il Medioevo è innanzitutto un’epoca diversa dalla nostra, che in maniera piuttosto amichevole possiamo definire “l’epoca del frigorifero”. La possibilità di conservare il cibo a lungo termine modifica profondamente la nostra capacità di risparmio nell’acquisto e selezione dei cibi, oltre che il nostro rapporto con i tempi di consumo del mangiare. Se oggi possiamo permetterci di conservare per mesi una quantità di carne con la certezza di preservarla intatta, non così era 700 anni fa quando la carne, già ormai inutilizzabile dopo pochi giorni, poteva essere salata ed essiccata per conservazione, e poi essere riammorbidita con molte cotture ed insaporita con numerose spezie per coprire l’odore non più fresco dell’alimento.
E’ opportuno inoltre ricordare che l’universo alimentare medievale era estremamente più povero del nostro. L’America non era ancora stata scoperta ed in tal modo una gran quantità di alimenti non entrava a far parte delle consuetudini alimentari: erano esclusi i pomodori, le patate, il cacao, il mais ed animali come il tacchino erano totalmente sconosciuti.
Il mondo medievale era d’altronde molto meno “globalizzato” del nostro, la circolazione di alimenti e ricette straniere era relativamente bassa, di conseguenza i gusti e le tendenze alimentari delle varie zone europee rimanevano “chiusi”; il medioevo mitteleuropeo, ad esempio, dalla Boemia alla Germania fino all’arco alpino, non avvezzo alla coltivazione di olive, maturò sempre una forte avversione nei confronti dell’olio, ritenuto agro ed eccessivamente pesante; proverbiale è in tal proposito l’esperienza di Liutprando di Cremona che, partecipando ad un pranzo bizantino, dimostrò di non gradire quelle pietanze “inzuppate e grondanti d’olio”. L’Europa centrale medievale era solita sostituire, ad esempio, all’olio i grassi d’origine animale, il burro e soprattutto il lardo di maiale sciolto; e pur tuttavia era necessario fare anche i conti con le prescrizioni di digiuni religiosi, nei quali un grasso di provenienza animale era sostanzialmente vietato.
Se era consuetudine diffusa approcciarsi al cibo con le mani, limitando l’uso delle posate al solo cucchiaio (per ovvie ragioni), la notizia dell’XI secolo, offerta da San Pier Damiani, di una principessa bizantina che era solita non toccare il cibo con le mani ma portarlo alla bocca con una forchetta a due denti suscitò tanto clamore quanto disprezzo, in un mondo in cui le tradizioni alimentari rimanevano ferocemente chiuse ed immutabili per secoli.
L’uso dello zucchero era molto meno diffuso di oggi, essendo quest’ultimo ritenuto una spezia rara e raffinata, ed effettivamente difficile da reperire in Europa ed alquanto costosa; se da una parte il miele aveva dunque un’importanza molto maggiore rispetto al dolcificante oggi più diffuso, d’altronde il gusto “dolce” si connotò spesso come esclusivo delle classi sociali più alte, sinonimo di cibo lussuoso. Il salato, il gusto delle carni messe in conserva e delle zuppe di verdure insaporite, era invece quello più comune e meno marcato socialmente.
La stessa disponibilità di carne era relativamente suddivisa nelle varie fasce sociali; se è vero che nel XIV secolo a Parigi furono macellate ingenti quantità di bovini e suini, è ovvio che tale consumo sarà da attribuirsi principalmente alle classi alto-borghesi e aristocratiche; il popolo rimaneva legato alle verdure stagionali ed ai semi più poveri; il pane di frumento era anch’esso alimento “nobile”, mentre il popolo mangiava pane nero, impastato con segala, farro, spelta, miglio, con piccole quantità di farina o, a volte, perfino di terra.
Si evidenzia in tal modo come l’alimentazione medievale, e di conseguenza le abitudini banchettali dei secoli centrali dell’Epoca di Mezzo, fossero fortemente legati alla disponibilità stagionale dei cibi e alla stratificazione sociale; se un contadino avrebbe dovuto basare la sua dieta sui vegetali del periodo e limitare il consumo della carne di maiale al mese di gennaio, quando si era soliti ammazzare il porco, per poi conservarla sotto sale e rivitalizzarla mesi dopo con ingenti quantità di lardo, rendendolo un alimento estremamente pesante, un banchetto nobiliare avrebbe potuto disporre di determinati alimenti lungo tutto il corso dell’anno, con garanzia di freschezza e di grande quantità, coniugando col cibo una complessa cultura della bevanda in cui la supremazia del vino nelle regioni mediterranee, ad ampia coltivazione della vite, si contrapponeva al primato mitteleuropeo di birra ed idromele, a copertura del vino quasi assente; il tutto tenendo d’occhio il calendario liturgico (per chi lo osservasse, s’intende) e controllare quali giorni fossero destinati al consumo esclusivo di uova e pesce, e quali invece alla libertà alimentare.
Cena medievale dunque non è solo una questione di compagnie nuove, di abiti antichi ed atmosfere evocative, comunque necessarie; significa soprattutto inserirsi in una mentalità diversa, ormai scomparsa, senz’altro inconciliabile con la modernità ma, se vissuta per una sera, affascinante; significa vivere un’esperienza fuori dal tempo (moderno), divertente ma culturalmente complessa. Un modo eccezionale per fare cultura divertendosi.
Che dunque i boccali vengano riempiti d’idromele ed ippocrasso, il cervo e il cinghiale abbondino sul tavolo, i paggi portino i piatti ed i musici soffino nelle cornamuse: c’è una cucina per ogni tempo, una pietanza per ogni stagione. La nostra è la stagione del divertimento e della cultura, del rapporto intimo col mondo, toccato con le mani, perché:

“…che minor ischifeza dee la persona dalle proprie mani che da un pezzo d’argento” (da Del Ritrovarsi al Banchetto, Vincenzo Nolfi, XVII sec.).

Testo: Francesco Cimino
 

 


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