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“A Calata di San Fulippu”: la folle corsa PDF Stampa E-mail

 

La leggenda narra che, dopo essere stato legato con delle pesanti catene, S. Filippo fu sfidato da Satana a provare la potenza di Dio. Filippo si liberò facilmente e per contro, avendo legato il demonio con un filo della sua barba, lo inseguì fino all’inferno, da dove tornò annerito dal fumo e dalle fiamme. Così il popolo di Calatabiano spiega il colore nero del Santo eletto a protettore del paese; il loro culto è una tradizione che dura dal 1766 e ha reso il paese famoso per la calata di san Filippo. In realtà, secondo la storia, il siriaco San Filippo di Agira fu mandato in Sicilia da San Pietro per cristianizzarla, e “nero” dovette apparire ai siciliani che videro la sua pelle più scura della propria. Secondo la testimonianza di Tommaso Fazello, nel ‘500, accorrevano alla festa di Calatabiano soprattutto gli “spiritati”, sui quali San Filippo esercitava particolari proprietà taumaturgiche. Anche l’arte lo acquisì come taumaturgo ed esorcista: Pietro Novelli, in un bel quadro caravaggesco sito nella Chiesa del Gesù a Palermo, lo ritrasse mentre esorcizza un indemoniato.
I festeggiamenti, ogni anno, si tengono il terzo sabato del mese di maggio e si consumano principalmente nel rito che vuole il fercolo, portato a spalla dai fedeli, scendere in una vertiginosa e spettacolare corsa dal castello di Calatabiano. Tre colpi di cannone segnano l’inizio della calata: alle 18:30, oltre 50 fedeli scendono a valle dalla chiesetta del SS. Crocifisso, posta sul monte Castello, lungo una strada medievale di circa un chilometro fino alla chiesa madre del paese. La strada accidentata, in gradoni di pietra bianca, ha una notevole pendenza, ed è disseminata di curve (di cui una a gomito detta “curva pericolosa”) e di paurosi dirupi. Nonostante ciò, i devoti portano a spalla la vara dal peso di una tonnellata e corrono follemente fino alla parte piana del paese dove il Santo viene accolto dai fedeli assiepati ai lati della strada. Gli uomini che portano la “vara” hanno tutti un nastro colorato intorno alla testa e al collo, che simboleggia il filo di barba col quale San Filippo legò il demone. La calata dura circa 6 minuti: durante la corsa drammatica può succedere di tutto a causa della tortuosità del sentiero medievale attraversato di corsa e in discesa. Nella pericolosa calata sono difatti frequenti le cadute, talune anche rovinose, ma mai nessuno ci ha rimesso la pelle. La fede popolare parla di miracoli. Tra i ripetuti applausi di chi assiste c’è anche chi piange. La calata contiene un elemento emozionante per chiunque si trovi ad ammirare col fiato sospeso questa suggestiva processione, e rappresenta una prova di fede e sacrificio per chi si sottopone a trasportare il fercolo. La festa si conclude con la processione della risalita;  all’ottava, ovvero alla quarta domenica di maggio, il Santo, sempre di corsa, farà ritorno in senso inverso al monte Castello.
Calatabiano
Il nome del paese deriva dall’arabo Qalat-Bian, Castello di Biano. Il primo nucleo abitato sorse in epoca araba intorno al Castello eretto vicino al fiume Alcàntara, che appartenne a diversi signori feudali quali i De Parisi, i De Regio, i Lancia, i Cruyllas e infine i Marullo. Verso la fine del XVII secolo il borgo venne acquisito dalla nobile famiglia dei Gravina. Particolarmente interessanti sono la Chiesa di S. Filippo edificata nel 1482, che presenta sul portale d’ingresso il simbolo della famiglia Cruyllas, la Chiesa Madre, il Castello medioevale ricco di resti normanni, svevi e aragonesi e il Castello di S. Marco. Nelle vicinanze, le splendide gole dell’Alcàntara con le sue singolari cascate e i basaltici prismatici scavati dal fiume omonimo.


La Chiesa del SS. Crocifisso (sec. XV)
Posta sul monte Castello, al suo interno contiene, oltre a un dipinto di madonna con bambino, la statua di San Filippo Siriano che da qui verrà condotta a precipizio giù fino al centro del paese. Presenta una struttura in muratura ed un sontuoso campanile a merli. Nella facciata principale, sul portale ogivale d’ingresso, restano le insegne dei Cruyllas, probabili fondatori della chiesa. Nell’elegante fregio che sovrasta l’ogiva si riconosce la data della sua costruzione (1484).

L’iscrizione misteriosa

La scritta scolpita nel marmo della facciata della Chiesa del Santissimo Crocifisso appare ermetica da decifrare e nessuno ancora è riuscito a interpretarla. La leggenda racconta che custodisce il segreto per conquistare un tesoro: nelle viscere della monte Castello, secondo il mito, sarebbe racchiusa un’enorme quantità di monete d’oro.



 
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Testi: Cetty Giuffrida

Foto: Fausto Portale

 

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