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Era la fine dell’Ottobre di 10 anni fa e in Sicilia non pioveva ormai da mesi. L’estate era stata particolarmente calda e la siccità aveva danneggiato campi coltivati e pascoli. La pioggia, nelle afose stagioni estive, rappresenta l’unica possibilità per salvare l’annata agraria di tanti paesi dell’entroterra che, altrimenti, andrà perduta. Cosa fare quando la natura si accanisce contro l’uomo? A Caltabellotta, in quell’Ottobre 1999, si è fatto ricorso a riti eccezionali che solo nella memoria degli anziani sono ancora vivi. E così, a distanza di oltre mezzo secolo (quando ancora erano abitualmente praticate), sono ritornate le “processioni per la pioggia”. Nonostante la modernità dei tempi che viviamo, gli anziani rimangono i depositari e i garanti della tradizione, di un sapere tramandato, saldo nel tempo e stabile nella sua forma a cui appare necessario rivolgersi quando il nostro progresso non basta. Sono gli anziani, quindi, che dirigono la processione, che ne ordinano le soste, che indicano il momento per elevare le invocazioni. Niente è improvvisato e non c’è spazio per le espressioni personali di dolore: tutto, nel rito, è rigidamente prescritto per lo svolgersi di queste cerimonie di rigenerazione collettiva. Difatti, nonostante i più giovani ricorrano all’aiuto degli anziani, anch’essi prendono parte attivamente alla cerimonia. Sono loro ad avere il compito di portare a spalla le vare e di levare le invocazioni più forti. In caso di calamità, quindi, si superano le distanze generazionali e anziani e giovani insieme costituiscono un unico corpus accomunati dallo stesso obiettivo.
La cerimonia si è svolta alla “Giubba”, un’area pianeggiante fuori dal paese che si apre verso un largo orizzonte che abbraccia il mare, sulle campagne sottostanti. Lì vennero condotti i simulacri della Vergine, del Crocifisso e del patrono San Pellegrino tra i canti tradizionali d’aiuto intonati dalle donne. Durante tutta la notte, dopo il ritorno del corteo in paese, per le vie il silenzio veniva rotto da un susseguirsi ossessivo delle invocazioni. Molte tra le donne vestivano abiti neri penitenziali e tenevano i piedi scalzi. Le anziane che non erano riuscite a seguire a piedi il corteo attendevano in ginocchio il passaggio dei simulacri ai balconi. A conclusione della processione il sacerdote ha infine invitato la comunità a non disperare e a nutrire fede nei loro protettori. La memoria collettiva viene alimentata dal ricordo dei miracoli: “L’ultima volta nel ’57 hanno portato la Madonna lì e ha fatto la grazia, prima di entrare è iniziato a piovere” (V. M., anni 30).
Le processioni straordinarie per propiziare la pioggia è una pratica largamente attestata nella storia della Sicilia come in tutto il mondo cristiano. La pioggia, espressione nell’età classica della divinità uranica, feconda la Terra Madre permettendo la generazione delle messi. Dove gli dei sono stati sopraffatti dal Cristo e dai santi è a loro che si deve ricorrere per esorcizzare la calamità. I santi vengono sottratti alla penombra delle chiese per osservare con i loro stessi occhi la siccità che affligge i fedeli e per sentire da vicino le loro preghiere. I gesti e le parole devono essere quelli di allora perché possano essere efficaci, devono avere la forma e la lingua antiche. I riti sopiti dal tempo quando ritornano dal passato hanno la funzione di assicurare al gruppo continuità di vita. Né l’individuo né la società sono indipendenti dalla natura e questa, anche quando viene insistentemente negata dalla cultura, finisce immancabilmente con l’imporsi e trionfare su quest’ultima condizionandone la tessitura simbolica.
Testi: Cetty Giuffrida
Foto: Fausto Portale
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