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“Giò, Giò, Gioooia! Giò, Giò, Gioooia!” |
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Viaggio all’interno della festività pasquale di Scicli
Le cerimonie che introducono e accompagnano la resurrezione di Cristo in Sicilia non sono di rado accompagnate da rituali e comportamenti parecchio caratteristici. Niente, in tutta l’isola, è comunque paragonabile a quanto accade a Scicli in occasione della festa detta u Gioia o Uomu vivu. Presso la Chiesa di Santa Maria la Nova, già dalle 22 del Sabato santo, cominciano ad affluire numerosi fedeli; uomini e donne di ogni età si radunano in numerosi. Intorno alle 23:15 la chiesa è ormai colma di gente e del suo fragore: a chiunque si trovi a trascorrere la notte di Pasqua lì non può sfuggire l’eccitazione dipinta sui volti dei presenti, specie in quelle dei numerosissimi giovani, per quanto sta per accadere.
Di tanto in tanto esplode un urlo: “Giò, Giò, Gioooia!”. È il preludio dell’evento.
Alle 23:45 fa il suo ingresso il sacerdote che si dirige verso l’altare; alle sue spalle un’ampia tela rossa copre l’abside. Nonostante cerchi di preder parola, il chiacchiericcio dei fedeli si fa sempre più concitato e sempre più ripetute le acclamazioni: “Giò, Giò, Gioooia!”.
Allo scoccare della mezzanotte suona la campanella e appare d’improvviso, alla base della tela, prima il capo del Cristo e poi tutta la sua figura: un corpo nudo appena fasciato ai fianchi. È l’apoteosi. Si acclama, le braccia si levano alte, ci si abbraccia, si sale sui banchi della chiesa, ci si salta e si acclama ancora.
Dopo qualche minuto, sembra che tutto sia finito. Torna il silenzio, la calma, e il sacerdote si allontana con alcuni presenti. Ma parecchi fedeli restano ancora in chiesa, e passano i minuti senza che accada nulla. Improvvisamente alcuni uomini si lanciano verso i banchi della navata centrale, li prendono e li ammucchiano nelle navate laterali, scostando decisi chi li ostacola. Nel frattempo altri prendono il fercolo vuoto in cui verrà posto il Cristo che è già nelle mani di un operatore che, con delicatezza, ne ha raccolto il corpo avvolgendolo in un ampio lenzuolo bianco. Un attimo di silenzio, il Cristo si fa avanti e la folla si apre. Un devoto sul fercolo accoglie il sacro simulacro e la fissa nella vara. Esplodono nuove e più clamorose urla dagli animi euforici dei fedeli. I più giovani tra i confrati presenti alzano la vara di scatto e la portano al centro della chiesa, la fanno violentemente roteare e traballare. Le acclamazioni si susseguono in un crescendo senza sosta. Il Cristo si ferma un attimo, poi torna indietro verso l’altare, si scaglia rapido verso al portale quasi come volesse sfondarlo e di nuovo rotea impazzito. Più che una festa religiosa sembra una lotta: non c’è accordo tra i portatori della vara, ognuno spinge da un lato diverso, si accalcano l’uno sull’altro, fiato su fiato, corpo su corpo. Madidi di sudore, paonazzi e con le tempie gonfie per lo sforzo immane, i confrati tornano e continuano a correre, a far sobbalzare e roteare il venerato simulacro. A volte qualcuno di loro abbandona la presa, e strattonato violentemente si divincola semiasfissiato, cade a terra sfinito ma gli altri continuano nella loro “danza” senza regole. Si va avanti così, fino allo sfinimento. Gradualmente, i movimenti si fanno lenti, pesanti. Sono le tre di notte. Suona la campanella e, seppur con qualche resistenza, la vara si ferma. Un ultima, stremata, rauca, feroce acclamazione saluta infine il Cristo; la folla defluisce. La chiesa si chiude.
All’alba si lavorerà per la cerimonia dell’indomani, quella che vedrà il Cristo uscire finalmente alla luce del giorno. Anche alle 12 della Domenica di Pasqua una folla immensa accalcherà la chiesa (tra cui curiosi, turisti e abitanti dei paesi vicini), e u Gioia tornerà a volteggiare investendo la folla tra le acclamazioni dei fedeli, le musiche da busacca e lo scoppiare de i bummi in nuvole di polveri colorate e grappoli di stelle scintillanti, alte nel cielo.
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